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Aprire un’attività con i tuoi risparmi: startup, immobiliare o creator?

Hai dei soldi da parte e vuoi aprire un’attività, ma non sai quale. Con questa puntata io e Gianmarco chiudiamo il giro delle attività che puoi aprire in Italia, e lo chiudiamo con i tre modelli che fanno più sognare: la startup tecnologica, l’immobiliare e il content creator. Sono anche i tre su cui si raccontano più favole, e per questo meritano il trattamento più freddo di tutti.

Nelle puntate precedenti abbiamo passato al setaccio bar, ristoranti e negozi e poi franchising, studi di servizi alla persona e agenzie. Stesso metodo, e in più due storie mie: mio fratello, che nell’immobiliare ci lavora, e il mio profilo TikTok finito in shadow ban da un giorno all’altro. Non siamo nati nella Silicon Valley, né io né te: parti da questo.

Preferisci ascoltarlo dalla nostra voce? La puntata completa è qui sopra. Se invece preferisci leggere, con calma e senza saltare i punti deboli, ho messo tutto per iscritto qui sotto.

La startup tecnologica: un modello che in Italia si adatta male

Startup tecnologica vuol dire lanciare un’app, un software, una piattaforma. È il modello più raccontato e, per le persone normali, il meno adatto al territorio in cui siamo nati. Queste aziende vivono di un ecosistema: nascono quasi tutte nello stesso posto perché lì ci sono gli addetti ai lavori specializzati, con quel mindset e quelle skill, tutti insieme. Non a caso da quelle parti il lavoro da remoto ha mostrato i suoi limiti: le persone che fanno queste cose stanno lì.

Le eccezioni italiane esistono, e davanti a chi ce l’ha fatta ci togliamo il cappello. Ma se dobbiamo costruire un modello per piccoli imprenditori, l’eccezione non serve: se ce n’è una, c’è un motivo. In Italia manca la cultura, mancano gli addetti ai lavori e mancano soprattutto i capitali. È molto, molto difficile.

Come funziona davvero: soldi degli investitori, prodotto gratis, exit

Lo semplifico al massimo, e premetto che non sono la persona più qualificata per parlarne. La startup è legata alla possibilità di crescere molto velocemente, quasi sempre in forte perdita all’inizio, con i soldi degli investitori. Presenti una visione di un settore che vuoi spaccare, dici «ho creato questa tecnologia, mi serve budget per spingere», e se gli investitori credono nell’idea, ma soprattutto in te, ti appoggiano i soldi. Il tema si è spostato dall’idea alla persona: l’atteggiamento del founder, quanto è disposto a lavorare, quanto pelo sullo stomaco ha, fa tutta la differenza del mondo.

Da lì non parti a vendere: parti a portare più traffico possibile dentro la piattaforma, quasi sempre con un modello gratuito o freemium, e provi a monetizzare dopo, con la pubblicità o con una versione a pagamento. Servono enormi quantità di denaro, che quasi mai mette il founder. E l’obiettivo non è rendere l’azienda profittevole il prima possibile: l’obiettivo è l’exit. L’azienda può restare in perdita a lungo, ma deve fare massa critica, finché un grosso player dice «questa cosa è forte, la prendo».

Perché in Italia è una strada per pochissimi

Due ragioni. La prima: l’ecosistema non c’è. Gli investitori sono pochi, non li conosci, non sai come contattarli, e se non sei già nel contesto giusto non li trovi. È una cosa molto elitaria: se sei il nipote di qualcuno che conta, questo gioco fa per te. Se no, entrarci è molto complesso.

La seconda riguarda la tecnologia stessa. Prima, aver creato un software contava: saper fare un CRM era una barriera d’ingresso. Con l’intelligenza artificiale non lo è più. Un software, esagerando, lo può creare un ragazzino in un pomeriggio: non è esattamente così, ma ci siamo vicini. Quindi la capacità di creare tecnologia, che un tempo potevi mettere sul piatto, vale molto meno di prima.

L’errore delle startup che nascono all’università

Gianmarco ha portato un caso visto da vicino: un ragazzo che fa il dottorato in ingegneria, con una tecnologia molto di nicchia e l’intenzione di farci una startup. Gli raccontava la difficoltà di accedere ai finanziamenti, per lo scollamento tra università e imprenditori che vorrebbero investire. E un secondo problema, che per noi è lo spunto da tenere: il mondo startup ha un’anima tecnologica e non commerciale. Soprattutto in contesto universitario sviluppano tantissimo l’idea del prodotto e non hanno la minima idea di come portarlo sul mercato. Spesso è proprio per questo che i finanziamenti non arrivano. Nella Silicon Valley si nasce con l’anima commerciale; qui c’è l’idea che il prodotto si venda da solo.

«Il prodotto abbastanza buono si vende da solo» è una favola

Noi marketer sappiamo che il passaparola non fa tutto il lavoro. Bene che vada, ti servono un marketing eccezionale e un prodotto eccezionale: il prodotto genera il passaparola o, almeno, la ritenzione. Quando il cliente resta col portafoglio aperto, puoi permetterti di spendere di più per acquisirlo. Vale per tutto, non solo per le startup.

Attenzione però: «prodotto che ha il suo perché» non significa alta qualità, significa qualità standard. Una grande catena di fast food non fa cibo di qualità elevata, ma fa cibo sempre uguale. La paninoteca sotto casa ti dà un panino sempre diverso, e quello è livello amatoriale. L’impresa di altissimo livello è un prodotto magari percepito come non eccelso, ma sempre uguale: quella certezza ti dà un potenziale enorme, ed è difficile perché vuol dire standardizzare i processi.

Conclusione: a meno che tu non sia nato nel contesto giusto, lascia stare. Non voglio scoraggiarti, ma quasi certamente non funzionerà. Non è una soluzione di massa: è riservata a pochissimi.

L’immobiliare: il modello che ha usato mio fratello

Mio fratello lavora nell’immobiliare, quindi questo mondo lo vedo da vicino, con tutti i pregi e i difetti. Qualche anno fa ha aperto un’azienda che prendeva in gestione gli appartamenti di chi non aveva voglia di affittarli da solo: anziani o gente molto impegnata. Loro li sistemavano e li affittavano, mettendoci sopra un markup. È il mondo dei sub-affitti, e lo conosco anche da un’altra parte: all’inizio della mia carriera ho lavorato con un ragazzo che ci aveva costruito sopra un franchising, e che poi ha venduto l’azienda.

Anche mio fratello ha venduto la sua: non un’exit milionaria, ma qualche centinaio di migliaia di euro, un buon realizzo. Con quei soldi lui e i soci sono passati alla compravendita: comprare case, ristrutturarle, rivenderle. Dal sub-affitto al flipping, rivalutazione e rivendita. Io colloco questo mondo a metà tra l’impresa e l’investimento: sei un imprenditore-investitore. Se ti piace, non è male.

Serve capitale? Dipende da quale dei due livelli scegli

Per i sub-affitti non tanto: è il livello da cui puoi partire con meno soldi, perché di fatto devi sbatterti a cercare le persone che vogliono affittare la casa, risistemarla, affittarla. C’è un grandissimo lavoro di schiena. Devi parlare con tantissime persone e prendere tante porte in faccia: serve il pelo sullo stomaco. Ho visto il lavoro di mio fratello e dei suoi soci: è un’ottima opportunità, ma non è per tutti.

Il flipping richiede un capitale di partenza, perché per comprare le case servono i soldi. Puoi partire più basso, prendere un rudere e sistemarlo tu invece di chiamare l’impresa: se hai voglia di farcela, magari ce la fai. Ma non guardarla mai come la vende chi la propone come opportunità: quando devi vendere una cosa come opportunità, le attacchi addosso i segni della semplicità e della velocità. Non c’è niente di semplice che abbia valore. Poi, quando sei capitalizzato bene, inizi a divertirti: con i soldi fai fare ad altri il lavoro di schiena.

Affitti lunghi, affitti brevi e le regole che cambiano

Dentro gli affitti, come ricordava Gianmarco, c’è una biforcazione: lungo periodo o breve periodo, cioè il turistico. E sul breve periodo le regole sono diventate un problema serio: i limiti sono enormi, perché le città sono diventate invivibili e la gente non trova più casa. Per chi è in quel settore è uno schiaffo, e noi non siamo d’accordo: per me fare impresa deve essere libero. Ma chi governa non la pensa così, e devi metterlo in conto.

I vantaggi: asset reale, rendita, e un business che tutti capiscono

Primo: hai asset reali. Le case possono mantenere o perdere valore, ma tendenzialmente non vanno a zero: non sono una criptovaluta. Secondo: una volta messa in leva, la casa è una rendita che non richiede la tua presenza costante. Non è come il fast food dove ci devi lavorare dentro, anche se comunque ci devi lavorare.

Il terzo lo ha aggiunto Gianmarco, e sono d’accordo: è un business facile da capire. L’italiano ama tremendamente l’immobiliare: quando una famiglia ha del capitale, la prima scelta è il mattone, gli strumenti finanziari vengono dopo. E tutti hanno nell’immaginario la storia del nonno tornato dalla guerra con 30.000 lire, che se le è tenute in banca e sono rimaste 30.000 lire, mentre il suo amico, più coraggioso, si è comprato mezzo quartiere e i nipoti sono ricchi. Facile da comprendere, non da eseguire. Ma aiuta.

I punti deboli: soldi immobilizzati, rendimenti bassi, norme e costi nascosti

  • Enormi capitali immobilizzati. Una casa non è liquida: se hai fretta di vendere, finisci per vendere sotto costo e perdi soldi.
  • Rendimenti contenuti. A spanne tra il 4 e l’8%, massimo, con tutte le variabili del caso. Non sono rendimenti alle stelle.
  • Norme comunali e nazionali che cambiano. Hai comprato per gli affitti brevi e ti dicono che non puoi più: hai pagato un milione una casa in centro a Firenze, la affitti a 1.500 euro al mese, e il milione lo recuperi nell’anno del mai.
  • Dipendenza dalle piattaforme di prenotazione e dalla stagione turistica.
  • Manutenzione, ospiti, pulizie. È un lavoro a tutti gli effetti, con costi nascosti che molto spesso non vengono valutati.

Cosa succede ai margini quando inizi a crescere

All’inizio la manutenzione la fai tu, gli ospiti li accogli tu, le pulizie le fai tu, e dici «mi rimangono un po’ più di soldi». Poi le case aumentano: devi prendere l’impresa di pulizie, la persona che accoglie, e questa gente va pagata. Scopri velocemente che il margine si assottiglia molto, e rischi di girare soldi per niente.

E poi c’è la componente di investimento: compri in una zona perché secondo te si sta rivalutando, e invece degrada, e i momenti di mercato cambiano. Non siamo i più titolati a parlarne, ma io lo vivo da vicino.

Il content creator: parti a costo zero, e i vantaggi finiscono lì

Terzo modello: il creator, o influencer. Creare contenuti per monetizzarli. La parola «influencer» si era inflazionata, così è arrivata «creator», più romantica. Come si fanno i soldi? Ci sono piattaforme che ti pagano in base alle visualizzazioni, YouTube principalmente, ma Facebook è più facile: una pagina su cui butti dieci meme al giorno ti porta qualche centinaio di euro al mese, al massimo mille. YouTube, se diventi forte, ti paga davvero, ma è molto più difficile.

I vantaggi: parti a costo zero, ti serve un telefono, crei contenuti e sei in pista. E se sei forte, puoi attirare tanto pubblico gratis. Fine dei vantaggi. I punti di debolezza, invece, sono infiniti. Se il tema ti interessa, ne ho parlato anche in Creator economy: i 4 modi di stare online.

Sei schiavo dell’algoritmo, e puoi sparire molto prima dei social

Mettiamo che il tuo modello sia fare contenuti polarizzanti su Facebook, perché la polarizzazione genera engagement: video sulla politica molto spinti, fatti apposta per far arrabbiare la gente, perché così guadagni 100 euro a post. Domani mattina cambia il clima politico, la piattaforma dice «basta polarizzazione», e tu sei fuori. Oppure l’algoritmo cambia e premia solo i contenuti culturali: finito. Sei in balia di questi venti.

Gianmarco citava l’intervista di un’attrice che diceva di avere paura di ritrovarsi fra vent’anni senza i social su cui ha basato la sua professione, dopo averci investito una marea di tempo. È possibile che i social spariscano, certo. Ma la cosa molto più facile è che sparisca tu dai social, molto prima di vent’anni, perché sbagli una cosa sola. E il telefono non durerà per sempre: quando cambia il dispositivo, cambia tutto ciò che gli ruota attorno. Ma la cosa più fragile in assoluto è la tua presenza sui social.

Come sono finito in shadow ban su TikTok e come ne sono uscito

Ti faccio un esempio mio. Io guadagno facendo pubblicità sui social, non facendo contenuti. Però su TikTok stavo postando i miei caroselli, funzionavano molto bene, il profilo era in crescita: ci sono caroselli che hanno fatto 300.000 visualizzazioni. Un giorno, per scherzo, pubblico un video fatto con l’intelligenza artificiale: una parodia dei video «fai soldi facili», con quelle immagini vintage dei tipi di Wall Street che aprono il frigorifero pieno di soldi, con la tigre in soggiorno. Tre o quattro foto animate, messe su TikTok e sugli altri social, dove nessuno se n’è accorto.

Su TikTok, dopo quel video: shadow ban. Dal giorno dopo, una visualizzazione, due, zero, quattro. Profilo distrutto da un giorno all’altro, per un video sbagliato. Capisci la fragilità del modello: se il mio guadagno fosse dipeso da quella cosa, sarei stato nei guai. Gianmarco mi ha chiesto come si sblocca. La strategia che abbiamo usato: un clipper ha aperto due profili di clip che rimandano al mio profilo personale, in modo che la piattaforma mi riconosca come creator accreditato. Ha funzionato: i video pubblicati dopo sono tornati a 300-400 visualizzazioni. Ma sono stato due o tre mesi fermo su TikTok, e ho dovuto investire in questa strategia per uscirne. Se ti capita, fai così.

Il talento che tutti sottovalutano, e il tempo che ci vuole

Gli sponsor? Ci sono e non ci sono, difficilissimi da trovare. E arriviamo alla cosa secondo me più difficile di questo modello: devi avere un talento, e molta gente lo sottovaluta. L’influencer viene visto come uno che guadagna facendo i selfie. Ma quanta gente si fa i selfie? Infinita. Quanti guadagnano? Una percentuale ridicola. Devi essere fortissimo: carisma, idee, capacità di trasmettere qualcosa al pubblico, costanza. E devi reggere la pressione: appena cresci un po’ ti arrivano addosso critiche e insulti, e se non sei schermato ti deprime. È un modello che la gente sottovaluta, ma è difficilissimo.

Gianmarco ha aggiunto il punto debole che per lui è il più importante: il tempo. Per diventare un creator che genera denaro ci vuole tanto tempo, e non è detto che succeda. Se sei giovane, puoi investirlo e senti di avere un talento, può essere la tua strada. Ma non è immediato. C’è anche un modo per mettere in leva la voglia di creare contenuti dentro un altro modello, e qui si apre un discorso a parte.

Il modello che abbiamo tenuto fuori apposta

Fine della carrellata. Un’attività l’abbiamo lasciata fuori di proposito: è quella che noi suggeriamo caldamente, perché ha molti più vantaggi che punti deboli, e perché l’abbiamo adottata noi per primi. Qualche punto debole ce l’ha anche lei, non ti vendiamo favole. Ma merita un discorso a parte. Intanto tieniti questo: in Italia aprire un’attività è davvero difficile, e scegliere il modello sbagliato per le carte che hai in mano è il modo più veloce per bruciare i risparmi.

In sintesi

  • La startup tecnologica vive di un ecosistema che in Italia non c’è: mancano cultura, addetti ai lavori e capitali.
  • Il modello è: soldi degli investitori, prodotto gratis, massa critica, exit. Ciò che è gratuito nessuno vuole pagarlo dopo.
  • Con l’intelligenza artificiale saper creare un software non è più una barriera d’ingresso.
  • Le startup nate all’università hanno un’anima tecnologica e non commerciale: il prodotto non si vende da solo.
  • L’immobiliare è a metà tra impresa e investimento: i sub-affitti si fanno con poco capitale e tanta schiena, il flipping richiede soldi. Non c’è niente di semplice che abbia valore.
  • Vantaggi: asset reali, rendita, business facile da capire. Punti deboli: capitale immobilizzato, rendimenti del 4-8%, norme che cambiano e margini che si assottigliano quando cresci.
  • Il creator parte a costo zero, ma è schiavo dell’algoritmo: un video sbagliato mi ha fermato su TikTok per due o tre mesi.
  • Per fare il creator serve un talento che quasi tutti sottovalutano, e serve tempo. Non è immediato, e non è detto che succeda.

Domande frequenti

Perché in Italia una startup tecnologica è una strada per pochissimi?

Perché questo tipo di aziende vive di un ecosistema: addetti ai lavori specializzati, cultura e soprattutto capitali, tutti nello stesso posto. In Italia gli investitori sono pochi, non li conosci e non sai come contattarli: se non sei già nel contesto giusto, entrarci è molto complesso. Le eccezioni esistono, ma confermano la regola.

L’intelligenza artificiale ha reso più facile fare una startup?

Ha fatto saltare una barriera d’ingresso: prima saper creare un software, per esempio un CRM, era un vantaggio rilevante; con l’intelligenza artificiale un software lo crea quasi chiunque in poco tempo. Quindi la capacità di creare tecnologia vale molto meno di prima, e non basta più a distinguerti.

Qual è l’errore tipico delle startup che nascono all’università?

Hanno un’anima tecnologica e non commerciale: sviluppano tantissimo l’idea del prodotto e non hanno idea di come portarlo sul mercato, convinte che un prodotto abbastanza buono si venda da solo con il passaparola. Spesso è proprio per questo che i finanziamenti non arrivano. Servono un prodotto eccezionale e un marketing eccezionale.

Serve molto capitale per partire nell’immobiliare?

Dipende dal livello. I sub-affitti, cioè prendere in gestione case di altri, sistemarle e affittarle con un markup, si possono iniziare con pochi soldi ma tantissimo lavoro: parlare con molte persone e prendere tanti no. Il flipping, cioè comprare, ristrutturare e rivendere, richiede un capitale di partenza, anche se puoi iniziare da un rudere sistemato da te.

Cosa succede ai margini degli affitti quando inizi a crescere?

Si assottigliano. All’inizio manutenzione, accoglienza e pulizie le fai tu e ti sembra di avere margine; quando le case aumentano devi pagare l’impresa di pulizie e chi accoglie gli ospiti, e scopri velocemente che rischi di girare soldi per niente. In più i rendimenti sono contenuti, intorno al 4-8%, e le norme sugli affitti brevi possono cambiare dopo che hai investito.

Cosa fare se il profilo finisce in shadow ban su TikTok?

A me è successo per un video parodia fatto con l’intelligenza artificiale: da caroselli con 300.000 visualizzazioni a zero dal giorno dopo. Ne sono uscito facendo aprire a un clipper due profili di clip che rimandano al mio profilo, così la piattaforma mi ha riconosciuto come creator accreditato e le visualizzazioni sono tornate. Ma sono stato fermo due o tre mesi: è la prova della fragilità di questo modello.

Vuoi capire quale attività ha senso per te?

Se hai dei risparmi e stai decidendo cosa aprire, parla con noi: guardiamo insieme le carte che hai in mano e il modello che le valorizza, prima che i soldi siano già dentro.

E qualunque attività sceglierai, dovrai venderla: startup, case o contenuti, senza vendita non c’è impresa. «Scrivere per Vendere» è il mio libro sul copywriting a risposta diretta. Lo trovi qui.

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