«Marco, devo vendere questi divani. Parto dai contenuti o dalla pubblicità?» È la domanda che mi sento fare più spesso nelle call di consulenza, e ogni volta noto la stessa confusione. Sembra il dilemma dell’uovo e della gallina, una di quelle domande esistenziali senza risposta. In realtà la risposta c’è, è molto pratica, e te la diamo io e Gianmarco in questa puntata.
Ti anticipo una cosa: su questo punto noi stessi abbiamo dato un po’ il cattivo esempio. Abbiamo passato anni a registrare contenuti per questo canale. Poi quest’estate ci siamo fermati tre mesi dai video, non dal lavoro, e abbiamo spostato tutte le energie sull’advertising per spingere il libro. È lì che abbiamo messo a punto una strategia che trasforma una singola ad in 20-30 pezzi. Te la spiego più avanti. Ma prima serve un passo indietro.
Preferisci ascoltarlo dalla nostra voce? La puntata completa è qui sopra. Se invece sei uno di quelli che preferisce leggere (e magari sottolineare), continua pure: ho messo tutto nero su bianco, senza fronzoli.
Prima l’audience o prima la vendita? Le due strade esistono, ma non sono per tutti
Partiamo da un assunto: non esistono verità assolute. Ci sono due modi per far funzionare una strategia online, e funzionano entrambi.
La prima strada è quella dei contenuti. Crei l’audience prima, non vendi nulla per due o tre anni, fai arrivare il pubblico e poi, a un certo punto, dici: «Ok, adesso che c’è il pubblico mi invento qualcosa da vendergli». La seconda strada è l’opposto: parti con l’obiettivo di vendere un prodotto, e la tua comunicazione, i tuoi contenuti e le tue ad sono costruiti attorno a quello.
Qual è la differenza? Che la prima strada è riservata a pochi eletti. Richiede due cose: tempo e talento. Il tempo, uno può anche dire di averlo: «Sono giovane, soldi non ne ho, ma tempo sì, ci provo». Il problema è l’altra variabile, molto meno controllabile. Non tutti siamo nati per diventare dei fuoriclasse in quello che facciamo. Puoi sopperire con l’ossessione, dedicandoti a quella disciplina 15-16 ore al giorno, ma per come la vedo io quella capacità di focus è essa stessa una forma di talento.
E quando dico talento intendo una cosa precisa: saper fare video che attirano tantissimo l’attenzione del tuo pubblico target, saper scrivere post magnetici per quel pubblico. Oltre all’expertise nella tua nicchia, ti servono anche queste capacità. Se hai tutte e tre le cose insieme, la strategia organica ha una chance. Ci vorrà comunque tempo, quella variabile non la togli.
Quindi devi essere sincero con te stesso. Sei una persona magnetica? Quando parli affascini? Sei naturalmente divertente, hai mille idee, ti viene talmente spontaneo fare contenuti da avere più idee che tempo per registrarle? Allora puoi andare in quella direzione. Se invece non sai da che parte girarti, sei timido, impacciato, non sai cosa dire, è complesso.
E se sei un imprenditore di 50 anni con un’azienda che vende tavolini e vuoi promuoverti online, fare contenuti per quattro anni aspettando di costruire l’audience non è una strategia. È un suicidio. Ed è proprio a quel target che noi parliamo.
Pino Insegno, il mio accento sardo e perché il direct response non chiede talento
Noi stessi non siamo persone con un talento straordinario nel creare contenuti. Ti faccio un esempio personale. Una delle cose su cui non ho mai lavorato è l’accento regionale. Se vuoi diventare mainstream, questa inflessione non va bene. Onestamente, è un problema, anche se poi me la racconto dicendomi che l’importante è dire cose sensate.
Una volta ero a casa di Pino Insegno con Frank, la persona con cui lavoravo in quel periodo. Frank gli chiede: «Non possiamo fare qualcosa per Marco? Dice cose interessanti, però ha questo accento che non si può sentire. Lo mettiamo a fare i corsi e parla in sardo. È difficile da presentare. Si può fare qualcosa?». Pino ha scosso la testa: «Non si può fare niente». Non era questione di un lavoretto: sarebbe stato ricreare tutto da capo. «Lascia stare», ha detto. E da lì mi sono rassegnato: se lo dice Pino, non ci lavoro più.
Perché ti racconto questo? Perché devi capire quali carte hai a disposizione. E la cosa bella è che, per usare i social e il marketing per promuoverti, non c’è bisogno di essere la persona con il talento e tutte le carte in regola. A noi piace il direct response proprio perché è formulaico: applichi una metodologia, rispetti le regole, e funziona a prescindere da chi sei. Se poi hai anche le caratteristiche eccezionali, con queste metodologie puoi costruire un impero. Ma anche se sei una persona estremamente normale, con dei limiti, puoi fare bene e ottenere risultati.
«Marco, devo vendere questi divani»: i social sono solo un altro media
C’è poi un secondo motivo, ed è economico. Per un’azienda che decide di promuoversi, l’approccio «prima l’audience» è insostenibile. Immagina l’imprenditore che arriva in consulenza: «Marco, devo vendere questi divani, come facciamo?». E io: «Guarda, ci mettiamo qui 4-5 anni di contenuti gratuiti e poi vediamo se si crea un pubblico a cui vendere il divano». Quello mi guarda e dice: «Non si può fare. Io devo pagare gli stipendi a fine mese. Nel tempo che aspettiamo cinque anni siamo falliti venti volte».
Serve un’altra strategia, e si chiama pubblicità. Per un’azienda, i social sono semplicemente un altro media. Cosa facevano le aziende per promuoversi prima che esistessero l’online e i social? Facevano la pubblicità. A nessuno veniva in mente di «fare contenuti», anche perché non sapevi dove metterli: c’erano i media tradizionali, e se volevi uno spazio lo compravi. Questa cosa non è cambiata. Semplicemente oggi la pubblicità la possiamo fare sui social, con una soglia d’accesso molto più bassa.
Attenzione però: la soglia più bassa ha creato una marea di player che provano a competere, e il mercato è molto più affollato. Quindi il punto di partenza è uno: creare un’offerta superiore alle altre, o almeno molto differenziata e particolarmente adatta a un determinato pubblico. Se hai un’azienda, parti da qui. Prima di creare qualsiasi contenuto o di lavorare sul personal brand, parcheggia tutto quello, dimenticatelo, e lavora su un’offerta irresistibile per le persone a cui ti rivolgi.
«Non voglio fare i balletti»
Gianmarco lo tocca con mano nella partnership con Carlo Dusini: parla spesso con la rete vendita e con Enrico, il responsabile, e quando propongono la nostra agenzia gli imprenditori rispondono: «Ah, ma io non voglio fare i balletti, non voglio scimmiottare i contenuti che vedo sulle piattaforme». Perché ormai la pubblicità è associata a quello: reel, personaggi che ne fanno di tutti i colori per attirare l’attenzione. Il concetto che per fare pubblicità serve un’offerta ed essere diversi dalla concorrenza è proprio nascosto nel mercato. Ma andare sui social non significa quello. È tutt’altro.
Il tizio che salta dal terzo piano sul divano: viralità non è vendita
Torniamo al nostro imprenditore del divano. Lui pensa: «Adesso vado dall’agenzia e sicuramente mi diranno di buttarmi dal tavolo sul divano, di saltare dal palazzo e cadere sul divano facendo vedere che non è successo niente. Devo fare lo scemo, o pagare qualcuno che faccia lo scemo al posto mio. E la cosa mi dà fastidio, anche perché non sono nemmeno sicuro che funzioni». Ha ragione.
Quel tipo di contenuto è fatto per aumentare la distribuzione organica. È vero: se metti il divano sul marciapiede e uno si butta dal terzo piano e ci rimbalza sopra, quel video avrà un sacco di visualizzazioni. Ma quelle visualizzazioni diventeranno persone che vogliono comprare il tuo divano? No. Chi lo guarda e lo condivide sta ridendo della scena, è impressionato o preoccupato. Male che vada ne beneficia un po’ il personaggio che ha fatto il salto. Fine. Non triggera nessun intento d’acquisto.
Cosa triggera l’intento d’acquisto
Spiegare che quel divano è adatto a chi ha certe esigenze. Poniamo che il tuo divano coniughi design e comodità. Allora dici: «Stai cercando un divano per la casa nuova? Ci sono due categorie. Il divano super figo dell’architetto, del designer, che ti fa fare una bellissima figura quando entra qualcuno, ma appena ti siedi ti chiedi perché hai speso 15.000 euro per una cosa scomodissima. Oppure il divano comodissimo, che ti avvolge, ma è bruttissimo, sembra quello della nonna di cinquant’anni fa e in casa non lo vuoi. Finalmente ho creato il divano che mette insieme le due cose: di design e comodissimo. Ecco perché è adatto a te. Per provarlo vieni in negozio, o provalo gratis nei centri che ce l’hanno in esclusiva».
Hai creato un meccanismo unico attorno al prodotto, hai spiegato perché serve a quella persona, hai dato un modo per agire. Questa è la pubblicità.
Puoi fare questa cosa in organico? Sì, qualche contenuto organico dove lo dici lo puoi creare. Funzionerà? Forse un paio di reel andranno via. Ma non ci fai nulla. Perché tu hai bisogno di martellare questo messaggio ogni giorno, con alta frequenza, davanti alle persone che stanno cercando un divano. L’organico non ce la fa. Oppure diventa antieconomico: dovresti creare quattro o cinque contenuti organici al giorno per spingere quel divano, e a un certo punto il tempo e le persone che paghi per farlo ti costano più della pubblicità. Ti conviene registrare una pubblicità fatta in grazia di Dio e metterla in sponsorizzazione.
La campagna gira attorno a un singolo video. Il creative strategist o il copywriter la declinerà in diverse creatività, ma il messaggio è uno. Poi si fa un po’ di refresh creativo quando l’ad va in affaticamento, anche se queste ad si affaticano molto meno di quelle dell’infobusiness. È più simile alla pubblicità classica: martelli un messaggio, magari un jingle, una musichetta. Le cose che funzionavano in televisione non hanno smesso di funzionare, vanno solo riproposte sui social.
La media company interna e la pubblicità alla Red Bull
Il tema della media company dentro l’azienda è bellissimo, a me piace un sacco, ma non è per tutti. Se hai le cucine Scavolini ha senso: sei una mega azienda, puoi fare il podcast dentro la cucina, hai l’economia per andare in quella direzione. Ma se devi vendere la tua bibita per la prima volta, non puoi fare la pubblicità alla Red Bull, con i rapper, i contest e la gente che si butta dalle montagne. Quanto costa quella roba? Quella la fai quando hai già vinto il gioco e devi solo ricordare al mondo che esisti. È un altro sport. Quando devi penetrare il mercato devi spiegare alle persone perché comprare il tuo prodotto invece di quello degli altri. Fine. Ti attieni a questa regola finché non hai vinto una parte della guerra.
Con quanto budget si parte e perché il traffico si paga con il venduto
Poi devi pagare le piattaforme pubblicitarie, parliamo di Meta, per mostrare quel messaggio al target corretto. E con il team, media buyer, copywriter, creative strategist, devi verificare che le pubblicità stiano in piedi. Si parte con un test, si sistema: cambi la headline, cambi l’offerta, cambi il colore della pagina, per cercare di alzare le conversioni. Perché se sei piccolo e stai partendo non hai tutti i soldi del mondo, e quindi devi rifinanziare il traffico pubblicitario con le vendite che stai facendo: prendi una parte dei soldi che entrano e la rimetti nel traffico, a mano a mano che scali.
Il vantaggio è che non è pubblicità fine a se stessa, come un cartellone o la sponsorizzazione di una fiera, che fai per il brand della tua attività locale. Qui misuri esattamente quanti lead sta portando la pubblicità e quanto ti sta generando, e di conseguenza tari il budget: lo aumenti se funziona, lo diminuisci se non funziona. È tutto sotto controllo.
E c’è un altro aspetto: pagare per la distribuzione ti libera. I content creator sono schiavi della piattaforma, devono creare contenuti in continuazione, perché appena smettono non c’è più nulla: niente lead, niente engagement. Chi fa quel gioco ed è bravo ha tutta la mia stima, ma per un imprenditore è un gioco a perdere. La pubblicità invece ti garantisce la distribuzione.
Quanto serve per partire
«Ma io tutti questi soldi da mettere in pubblicità non ce li ho.» Non li devi avere all’inizio. È chiaro che con zero, o con 100 euro, non fai niente. Ma se hai 5.000 euro da mettere in traffico, puoi partire. Questa è la grande differenza rispetto a prima: una volta, per fare pubblicità, dovevi andare in televisione e Silvio ti chiedeva 5 milioni per i primi spottini. Oppure spendevi tanto in cartelloni locali senza sapere quante persone ti tornavano indietro. Oggi misuri tutto, e se il tuo business non è legato alla tua cittadina vendi subito a livello nazionale.
Quanto reinvestire? Non esiste la regola magica, va visto volta per volta. Il nostro approccio: più vuoi crescere velocemente, più devi essere aggressivo. Se non reinvesti niente di quello che entra, ti spegni. Delle marginalità necessarie per fare direct response puro, cioè senza budget pubblicitario fisso ma con budget variabile, parleremo in un’altra puntata.
Cosa fa Meta quando gli dai 10 ad nate da idee diverse
Ora la strategia che stiamo usando noi per rendere tutto questo ancora più efficiente. Prima però devi sapere una cosa su come si comporta la piattaforma.
Le piattaforme oggi sono voraci di creatività. Ma se dai a Facebook 10 ad con concept completamente diversi, cosa succede? Ne battezza una o due, quelle che secondo lui sono fatte meglio, ci porta sopra il traffico e parcheggia il resto. Se i concept sono diversi tra loro, dice: «Questo mi sembra superiore, spingo questo». Tu hai creato 10 ad e Facebook ne usa una. Un enorme spreco di energia.
C’è anche un secondo problema. Se fai un’ad generalista, tipo «Imprenditore, ecco 10 video che puoi fare su YouTube», Facebook non sa se vuoi i dentisti, i commercialisti o il panettiere. Sceglie una o più categorie che secondo lui possono essere interessate, gliela mostra, e dopo un po’ quell’ad muore. Stai parlando in modo troppo astratto per Meta, anche se a te non sembra.
La strategia: una sola ad che diventa 20-30 pezzi
Quest’estate io e Gianmarco dovevamo fare le pubblicità per «Scrivere per YouTube». Ci siamo messi lì a fare brainstorming e abbiamo detto: facciamo un’ad che dà 10 idee di video YouTube a chi ha un business e pensa di non sapere cosa pubblicare. E l’abbiamo pensata per le attività a cui ci rivolgiamo: imprenditori che vendono cose normali, tavoli, sedie, macchine, microfoni, e il tessuto imprenditoriale italiano fatto di commercialisti, dentisti, estetisti, fotografi, ristoratori. Abbiamo scelto solo dove c’è un minimo di verticalità e massa critica. L’industriale che produce concimi, che in Italia saranno quattro, non ci interessa: non è una nicchia.
L’ad per i commercialisti dice: «Commercialista, non sai che tipo di video pubblicare su YouTube? Ecco 10 idee gratuite che puoi mettere subito sul tuo canale». E le dieci idee le diamo davvero. La pubblicità ha un valore intrinseco, è anche un contenuto utile. Alla fine diciamo: «Ok, ma come si fanno questi video? Vuoi saperne di più? Compra il libro».
La cosa bella è che, una volta fatta per i commercialisti, la puoi fare per il ristoratore, per il dentista, per l’estetista. Abbiamo preso la stessa ad e cambiato solo la headline e la tipologia di video, perché il video che deve fare il commercialista è diverso da quello del ristoratore. Ma il template è identico. Un singolo concept moltiplicato per 20-30.
Perché funziona? Perché l’algoritmo che va per interesse nell’organico è cugino di quello dell’advertising, anzi è lo stesso. Se parti con «questi sono video per i commercialisti», a chi li farà vedere? Ai commercialisti. «Video per i dentisti»? Ai dentisti. Così ottieni una distribuzione molto più capillare e spremi tantissimo il concept dell’ad: secondo noi può darti un ritorno sull’investimento di 30, 40, 50 volte superiore, perché hai dato alla piattaforma il modo di distribuirlo a tutte quelle categorie.
L’alternativa, fare 30 ad con 30 idee completamente diverse, ti ammazza. Il muscolo del marketer va comunque allenato a quello, ma è difficilissimo. Quindi ragiona su concept di campagna che possono trasformarsi nella stessa ad moltiplicata per 30, 40, 50. Anche perché più vuoi giocare in modo avanzato, più ad ti servono: in tanti contesti il numero di ad è proporzionale al risultato della campagna. Se vuoi scalare la spesa ma hai poche ad, il costo per acquisto o per lead schizza alle stelle.
Guarda cosa fanno i professionisti del direct response anglofono. In un lancio recente di un workshop, nella live c’erano tipo 1.500 ad attive. Millecinquecento. Quelli ti vendono il lavorare due ore al giorno e ne lavorano quindici, e quella roba è tutta registrata, vera. Ma non sono 1.500 idee diverse, sarebbe impossibile: sono 4, 5, 6, 10 idee moltiplicate in questo modo. Loro spendono un milione e il mercato anglofono è enorme, tu non hai bisogno di 1.500 ad. Ma il principio è quello.
Stesso prodotto, avatar diverso: il microfono, il computer, il ristorante
Questa tecnica funziona benissimo quando hai diverse tipologie di target. E se analizzi bene il tuo mercato, quasi sempre scopri che il tuo prodotto si può vendere a più categorie di persone. Il problema è che se provi a parlare a tutte con la stessa ad, non funziona.
Devi vendere un microfono a uno che fa podcast e a uno che registra musica? Non puoi fare la stessa ad: le esigenze sono completamente diverse, anche se il microfono va bene a entrambi. Un computer per un gamer e per un ingegnere che ci programma? Le caratteristiche magari sono le stesse, ma non puoi parlare al gamer come parli all’ingegnere. Per il gamer la pubblicità parla di gaming, per l’ingegnere fa vedere perché quel computer è ideale per il suo progetto. Il prodotto è lo stesso, le ad sono diverse, perché l’avatar che stai battezzando è diverso. A monte c’è lo studio dell’avatar.
Gianmarco lo porta anche a livello locale. Prendi un ristorante: chi entra? Persone che vogliono mangiare, ovvio, ma in momenti diversi e con bisogni diversi. C’è chi fa il pranzo di lavoro, chi va a cena con gli amici, i ragazzi che si riuniscono per una cena di gruppo. Se mappi bene chi entra, puoi creare pubblicità molto specifiche per ciascuno. E quando quella persona scrolla il feed e si sente parlare esattamente del suo bisogno, è molto più facile che entri nel tuo ristorante. Lo stesso vale per i dentisti e per i commercialisti: un’analisi vera e profonda del target ti fa scoprire pubblicità molto più specifiche, e quindi molto più efficaci.
Il dentista che curava solo bambini: la trappola della nicchia in un paese piccolo
A livello locale questa cosa è ancora più importante che a livello nazionale. A livello nazionale puoi anche cavartela battezzando un singolo target e andando avanti con quello. Il nostro «Scrivere per vendere», per esempio, è adatto sia a chi vuole fare il copywriter per il lifestyle, lavorare da dove gli pare, sia all’imprenditore che vuole usare il copywriting per promuovere i propri servizi. Possiamo fare ad per entrambi, ma potremmo anche dire «questo target mi piace, tengo solo lui», e il business starebbe in piedi lo stesso.
Un’attività locale spesso questo lusso non ce l’ha. Ha bisogno di tutti. Una palestra in un paese da 30-40.000 abitanti non può dire «faccio solo i signori grandi»: non c’è la massa critica che hai su un business nazionale. Se sei un personal trainer online che lavora su tutta Italia, scegliere una nicchia precisa ha senso. Se sei locale, stai attento.
Mi ricordo un dentista che si era specializzato solo sui bambini. Dopo un po’ si è reso conto: «Solo bambini sto facendo la fame, facevo più soldi prima, quando ero generalista». Per forza: in un paese, se ti focalizzi solo sui bambini, non c’è gente. Bella la teoria del focus, ma bisogna vedere dove la applichi. Più la città è grande, più il focus funziona, perché hai massa critica. Nei paesi piccoli sono rimasti i bazar: da noi a Nuoro c’è un negozio famosissimo, Fratelli Span, dove entri e trovi tutto. Quella roba a Milano non la apri, ma in un posto piccolo il posto dove trovi tutto esiste ancora, perché le persone sono poche.
Stessa cosa per il ristorante-pizzeria che fa carne e pesce: nei paesi piccoli ce ne sono tantissimi, sono storici e continuano a funzionare, perché la famiglia di venti persone che esce a cena vuole cose diverse e se non le trova va altrove. A New York quel ristorante non ha senso: campi molto meglio con una cosa specializzata, solo salmone con la salsina, e vai avanti.
Allora: prima i contenuti o prima la pubblicità?
Se hai un’azienda e devi vendere, la risposta pratica è questa. Prima l’offerta: superiore, o almeno differenziata e adatta a un pubblico preciso. Poi la pubblicità, pagata, misurata, rifinanziata con il venduto. Il personal brand e i contenuti organici li parcheggi, non li butti: se hai talento e tempo li riprenderai, ma non sono la strada per pagare gli stipendi a fine mese. Fare contenuti per anni sperando che arrivi il pubblico non è una strategia aziendale. La pubblicità sì, perché è sostenibile, scalabile e sotto il tuo controllo.
In sintesi
- Costruire l’audience con i contenuti prima di vendere funziona, ma è riservato a chi ha talento e tempo. Per un’azienda è insostenibile.
- I social sono un altro media: le aziende hanno sempre fatto pubblicità, oggi la fanno lì con una soglia d’accesso più bassa.
- Il punto di partenza è un’offerta superiore o differenziata, non i balletti né il personal brand.
- Il video virale porta visualizzazioni, non intento d’acquisto. Vende spiegare perché quel prodotto è adatto a quella persona, e martellarlo con frequenza.
- Si parte con un budget di prova (con 5.000 euro in traffico puoi partire) e si reinveste una parte del venduto nel traffico, misurando tutto.
- Se dai a Meta 10 ad di idee diverse ne spinge una o due e parcheggia le altre. Le ad generaliste muoiono presto.
- La strategia: un concept moltiplicato in 20-30 ad, cambiando headline e dettagli per ogni categoria di target.
- A livello locale la nicchia unica è una trappola: serve massa critica. Il dentista solo per bambini ha guadagnato meno del dentista generalista.
Domande frequenti
Un’azienda deve partire dai contenuti organici o dalla pubblicità?
Dalla pubblicità, preceduta da un’offerta forte. Costruire prima l’audience con i contenuti richiede talento e anni di lavoro, e nel frattempo un’azienda deve pagare gli stipendi. I social sono un media come gli altri: si compra lo spazio, si misura cosa rende e si scala.
Con quanto budget si può iniziare a fare pubblicità su Meta?
Con zero o con 100 euro non fai niente. Con circa 5.000 euro da mettere in traffico puoi partire, testare le ad, sistemare headline, offerta e pagina, e poi rifinanziare il traffico con le vendite che arrivano.
Quanto bisogna reinvestire in pubblicità di quello che si vende?
Non esiste una regola magica: va deciso volta per volta in base alle marginalità. Il principio è che più vuoi crescere velocemente, più devi essere aggressivo nel reinvestire. Se non rimetti nel traffico nulla di quello che entra, la macchina si spegne.
Perché non conviene dare a Meta 10 ad con idee completamente diverse?
Perché la piattaforma ne battezza una o due, quelle che secondo lei funzionano meglio, e parcheggia le altre. Il lavoro fatto per le ad restanti va sprecato. Conviene invece partire da un concept che funziona e moltiplicarlo in molte varianti mirate.
Come si trasforma una singola ad in 20-30 ad?
Si parte da un concept, per esempio «10 idee di video YouTube per il tuo business», e lo si declina per ogni categoria di target: commercialisti, dentisti, estetisti, fotografi, ristoratori. Cambiano la headline e i dettagli specifici, il template resta lo stesso. L’algoritmo mostra ogni versione al pubblico giusto e il concept viene sfruttato al massimo.
Conviene specializzarsi in una nicchia se ho un’attività locale?
Con cautela. A livello nazionale la nicchia ha senso perché la massa critica c’è. In un paese piccolo spesso no: il dentista che curava solo bambini ha scoperto di guadagnare meno di quando era generalista. Più la città è grande, più il focus funziona.
Vuoi capire da dove partire con la tua azienda?
Se hai un’attività e vuoi smettere di chiederti se fare contenuti o pubblicità, parla con noi: guardiamo insieme la tua offerta e capiamo come impostare le campagne.
E se vuoi trasformare YouTube in una macchina di vendita per il tuo business, come stiamo facendo anche noi, «Scrivere per YouTube» è il libro in cui io e Gianmarco abbiamo condensato 3 anni di lavoro, oltre 300 video e 7 clienti da 100.000€ acquisiti grazie al canale. Prendilo qui.